Quello che trovi dopo l'ultimo chilometro

Scritto
mercoledì 3 dicembre 2014 alle ore 19.37

Firenze, 30 Novembre 2014, finalmente il mio esordio in maratona. Quella vera, intendiamoci.
È passato già un anno da quella sera quando, in preda ad un momento di fanatica esaltazione per aver ripreso a correre senza dolori alla caviglia, ho pensato di tentare la distanza dei 42 chilometri. Fatemelo scrivere per esteso: quarantadue chilometri e centonovantacinque metri. Una distanza immensa. Almeno per uno come me che fino ad allora correva al massimo 10/12 chilometri.

L'entusiasmo quella volta fu così alto che nemmeno un mese dopo ero di nuovo infortunato, alla schiena questa volta. Nulla di che, il mio "solito dolorino" a sinistra della colonna vertebrale che ormai mi perseguita da qualche anno. Il medico che mi visitò l'ultima volta mi disse che non ci si poteva fare nulla e che il problema era cronico; scoliosi, bacino montato storto, un paio di bulloni consumati e altre vaccate del genere. Mi disse anche era il caso di interrompere immediatamente nuoto e bici, e di ridurre anche le passeggiate in montagna. Correre era assolutamente fuori discussione. I medici, brutta razza! Almeno quelli che ho incontrato io.
I suoi consigli, presi e buttati nel cesso. Ma ti pare...

Torniamo a noi. Recuperato l'infortunio durato più o meno un mese, ecco finalmente la mia prima mezza maratona a febbraio. Nel frattempo un amico mi convince a provare anche la corsa in montagna.
I mesi tra Marzo e Novembre sono densi di trail e skyrace, tra le quali due da 42 chilometri. Tanti allenamenti sia su strada che in montagna. Più di 2300 km percorsi, 67000 metri di dislivello positivo accumulati, 5 paia di scarpe e due unghie perse concorrono nel bilancio di questo anno di corsa.

Finalmente sono in griglia di partenza. Il mio obiettivo è arrivare alla fine, ma terminarla in meno di quattro ore sarebbe per me un vero successo personale. I primi chilometri filano via lisci come l'olio.
Mi capita di pensare a quanto sia fortunato. Posso permettermi il lusso di scegliere spontaneamente di ficcarmi in situazioni che mi causano fatica e dolore, e da questo arrivare a trarne piacere. Non a tutti è concesso questo privilegio. Penso a mia madre, agli anni in cui lei aveva più o meno la mia stessa età; io gioco a cercare di aumentare il limite dei miei chilometri; lei lottava per spostare un po' più avanti la sua vita, sfidando dolori solo lontanamente immaginabili.

Mentre i chilometri scorrono a lato della strada mi accorgo di quanto Firenze sia una città meravigliosa. Il tifo che si incontra non è da meno.

Al 36esimo chilometro, superata una nuova curva, inaspettatamente spuntano i volti di mia moglie e dei miei figli che gridano a bordo strada il mio nome.
Ero in crisi nera più o meno dal 28esimo e vederli mi fa letteralmente balzare il cuore in gola. Mia moglie deve essersene accorta e grida ancora una volta "dai Fa, muoviti!!".
Mi giro ed alzo un braccio per dirle che ho capito.
L'emozione è fortissima e mi accorgo di respirare male. Il cuore batte troppo forte. Lentamente mi tranquillizzo e riprendo contatto con il mio corpo.
La corsa è così: passi dal baratro più profondo in cui tutto sembra sfavorevole ed ostile, per arrivare in un attimo a veri e propri deliri di onnipotenza in cui tutto ti sembra possibile. Per ogni dolorosissimo metro che fai, ti convinci che puoi sopportare anche quello successivo.
Sono salvo dalla crisi. Almeno per un po'. È solo grazie al loro semplice gesto che posso ancora sperare di arrivare fino in fondo. Non ne posso più, ma sono troppo vicino alla fine e non posso fermarmi.

Quei momenti ti cambiano, per sempre. Ti insegnano che, al di là di tutto, c'è sempre un modo per migliorare la tua condizione. La maratona ti mette al tappeto, ma se ne hai la voglia, hai comunque la possibilità di rialzarti. Svegliatomi ormai da quella sorta di trance nella quale ero caduto, faccio un check della mia situazione. Sulle gambe non posso più contare perché sono irrimediabilmente dure; mi sembra di avere dei blocchi di cemento al posto dei muscoli. Ho male alle spalle e credo di avere una vescica al dito mignolo. Corro in modo un po' scomposto e qualche volta urto altri maratoneti. Un distratto segno di scusa da entrambe le parti e si va avanti.

Fenomenali i passaggi lungo il Duomo, Piazza della Signoria, Ponte Vecchio (39esimo): ho ancora i brividi a pensare a tutte quelle persone che ti applaudono e urlano.

Gli ultimi tre chilometri sono completamente fatti d'inerzia dei quali non ho memoria. Cerco i miei tra la folla ma non riesco a vederli; faccio appena in tempo a registrare mentalmente il timer che segna 3 ore e 57 minuti.
Quello che trovi dopo l'ultimo chilometro è qualcosa che non si può spiegare a parole.
Fatica, dolore, senso di vuoto, confusione, ma anche felicità e soddisfazione estrema.
C'è un anno di sacrifici, sveglie all'alba, brividi di freddo e colpi di calore.
Di vestiti freschi, profumati e puliti che in breve diventano maleodoranti, fradici di sudore e qualche volta di pioggia.
C'è il silenzio della vetta della Grignetta ed il frastuono della statale 36 durante la corsa in pausa pranzo.
Ci sono i sentieri innevati dove quando ci passi sopra si sente il ghiaccio sottostante che si frantuma.
I prati verdi che profumano di primavera e che si colorano di nuova vita.
L' asfalto rovente che trasuda umidità dopo un temporale estivo.
Un tappeto di foglie morte gialle e rosse che mostrano ancora orgogliose la loro inaudita bellezza.
In quest'ultimo chilometro c'è quel cielo pieno di stelle che ho visto quella volta in notturna sul Monte San Primo in compagnia di mia moglie.
C'è lo sguardo attonito di mio figlio quando gli ho raccontato di una gara di corsa in montagna di 330 chilometri che dura più di 5 giorni.
Ci sono le corse fatte a Parigi durante una vacanza con la mia famiglia, e quelle a Barcellona durante un viaggio di lavoro.
C'è la mia età, e tutti i miei tentativi di far girare le lancette al contrario; loro, bastarde, continuano però il loro inesorabile giro in senso orario, ad un ritmo di anno in anno sempre più veloce.
Ci sono le mie illusioni ed i miei fallimenti.
C'è tutto il tempo rubato alla famiglia, al lavoro, alle amicizie per concedermi quell'ora al giorno di libertà.
C'è l'urgenza di realizzare tutto quello che ho in mente.
C'è la pena per tutti quelli che si lamentano di non trovare mai il tempo per assecondare le proprie passioni e che non hanno ancora capito che non vivranno in eterno.
C'è la consapevolezza che nella vita il lavoro è molto importante, garantisce la sopravvivenza, permette di realizzare i propri sogni, ma non è tutto.
Alla fine di quel maledettissimo chilometro c'è molto altro, ma quelle sono solo cose mie e non è il caso di esporle qui ai quattro venti.

Quando ormai è tutto finito arriva l'sms di un amico che mi informa del ragazzo morto ad un chilometro dal traguardo.
Aveva da poco compiuto 38 anni.
La mia età.
Luigi, adesso riposati, se puoi.